Tragedia al largo di Gibuti: 109 migranti morti e oltre 116 dispersi
Lo Sportello dei Diritti: "La rotta orientale è una strage silenziosa, servono canali umanitari sicuri"

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Una nuova, immane tragedia sconvolge le coste del Corno d'Africa. Almeno 109 migranti hanno perso la vita e oltre 116 risultano tuttora dispersi in seguito al drammatico naufragio di un'imbarcazione avvenuto al largo di Gibuti. Tra le vittime accertate dalle Nazioni Unite si registra la straziante presenza di 15 bambini. Il natante, sul quale viaggiavano circa 350 passeggeri, tutti di nazionalità etiope, si è capovolto nella notte tra l'8 e il 9 ottobre nei pressi di Guhere, a nord della città di Obock,mentre faceva rotta verso lo Yemen. Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), le squadre di soccorso intervenute sul posto insieme alle autorità locali sono riuscite a trarre in salvo oltre 80 sopravvissuti.Gibuti rappresenta uno degli snodi principali della cosiddetta "rotta migratoria orientale", un corridoio letale che collega il Corno d'Africa alla penisola arabica attraverso lo stretto di Bab al-Mandab. Si tratta di un flusso imponente: le ultime stime IOM indicano che in appena tre settimane più di 20.000 etiopi hanno raggiunto Gibuti. A loro si aggiungono migliaia di cittadini somali, tutti diretti verso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Oman alla disperata ricerca di stabilità economica e lavorativa.I rischi per chi intraprende questo viaggio, tuttavia, non terminano in mare. L'IOM rimarca come i migranti che riescono faticosamente ad approdare in Yemen vadano incontro a gravissimi pericoli, tra cui arresti arbitrari, violenze sistematiche, detenzioni e il forte rischio di cadere vittime della tratta di esseri umani e dello sfruttamento. Sul drammatico bilancio di questa ennesima strage è intervenuto Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti", che rileva: "Siamo di fronte a un'ecatombe che non può lasciarci indifferenti. La rotta orientale si conferma una delle vie migratorie più pericolose e, purtroppo, meno visibili al mondo. La perdita di oltre cento vite umane, tra cui quindici bambini, è il doloroso sintomo di una crisi umanitaria globale che viene costantemente ignorata. Non possiamo limitarci a contare i morti: è urgente che la comunità internazionale e le istituzioni europee aprano corridoi umanitari sicuri e legali, contrastando efficacemente i trafficanti di uomini e offrendo reali alternative a chi fugge da fame e miseria. Voltarsi dall'altra parte rende tutti complici di queste stragi."
